I can’t breathe
Questa opera nasce da uno dei momenti più dolorosi e simbolici della nostra epoca: l’uccisione di George Floyd, che con le sue ultime parole – “I can’t breathe” – ha scosso le coscienze a livello globale.
Il volto che emerge sulla carta è quello di un giovane uomo nero, ritratto con occhi chiusi, in un’espressione sospesa tra la dignità e la sofferenza. Non è un ritratto realistico, ma un volto-simbolo: rappresenta tutte le vittime di razzismo, di abuso di potere, di violenza sistemica.
Il segno, tracciato in nero con gesto istintivo e diretto, si sovrappone alle parole scritte “I can’t breathe”, diventate emblema di una lotta che continua. La scelta del supporto non è casuale: l’opera è realizzata su una pagina originale del 1574, tratta da un antico testo giuridico.
Quel frammento di libro, nato per codificare leggi e poteri, oggi accoglie un grido che attraversa i secoli, rivelando quanto il diritto alla vita e alla dignità restino temi attualissimi.
È un’opera che invita a non voltarsi dall’altra parte.
A respirare, per chi non può più farlo.
E a ricordare che anche l’arte può essere un atto di giustizia.
